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Identità sessuale: facciamo il punto

Sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale: l’abc dell’identità sessuale

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Identità sessuale: facciamo il punto

Il progresso culturale e scientifico degli ultimi decenni ha messo in discussione l’idea che gli esseri umani si distinguano in due sole categorie di genere. Oggi sappiamo che l’identità sessuale di un individuo si definisce attraverso categorie diverse, i cui confini possono essere flessibili o addirittura inesistenti. Facciamo un po’ di chiarezza.

Quello dei matrimoni omosessuali è un tema caldo che oggi governa le agende politiche di molti paesi e le prime pagine di diversi giornali. Questo fenomeno rappresenta una prima ufficiale apertura all’idea che l’identità sessuale e di genere delle persone possa non essere necessariamente ridotta alle due categorie tradizionali: donne eterosessuali e uomini eterosessuali. Ma è noto che la politica è spesso in ritardo rispetto alla società: oggi sappiamo infatti che le categorie dell’identità sessuale non sono due, ma neanche tre, e che i fattori da prendere in considerazione sono diversi e probabilmente numerosi quanto le persone sul pianeta. Proviamo comunque a dare qualche definizione.

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L’identità sessuale

Il termine “identità sessuale” indica quell’insieme di elementi che sono parte della comprensione profonda che ciascuno di noi ha di se stesso come essere umano sessuato.

Si tratta di un termine ombrello, nato allo scopo di riunire sotto un’unica definizione le numerose componenti coinvolte quando si parla degli esseri umani nel loro essere sessuati. 
Data la complessità dell’argomento, può essere utile specificare i fattori che, a livello teorico, costituiscono le fondamenta dell’identità sessuale di ciascuno. Classicamente si fa riferimento ai seguenti quattro:

  1. il sesso biologico,
  2. l’identità di genere,
  3. il ruolo di genere,
  4. l’orientamento sessuale.

Vediamoli nel dettaglio.

Sesso biologico

Il sesso biologico di appartenenza è forse il concetto più intuitivo: è infatti determinato delle caratteristiche genetiche, ormonali e anatomiche che definiscono l’appartenenza al sesso maschile, femminile o a una condizione intersessuale.

Soffermiamoci su quest’ultimo termine, meno comune. Con “intersessuale” si indica quella serie di condizioni per cui non è possibile determinare in modo univoco se l’individuo è maschio o femmina. Queste condizioni non sono così rare come si potrebbe pensare. Come riporta la ricercatrice Anne Fausto-Sterling, ad esempio, più di una persona su 100 presenta caratteristiche intersessuali. Secondo l’Intersexual Society of North America, invece, l’impossibilità di determinare il sesso alla nascita coinvolge circa un nato su 1500. Ciò apre almeno due questioni importanti: da una parte ci si chiede se sia legittimo che, in questi casi, siano i medici o i genitori a decidere arbitrariamente un sesso piuttosto che l’altro; dall’altra si evince che in natura sono evidentemente previste condizioni della sessualità non dicotomiche.

Parlando di intersessualità viene subito in mente l’ermafroditismo, una condizione di co-presenza di entrambi gli apparati sessuali completi e funzionanti. Comune in alcune specie animali (soprattutto tra i molluschi, le spugne e i pesci) questa condizione è rarissima negli esseri umani. Nella nostra specie si parla di “pseudo-ermafroditismo” o di Disordini della Differenziazione Sessuale. Ecco due esempi:

  1. Sindrome Adreno-Genitale (o iperplasia surrenale congenita) e la Sindrome di Morris (o sindrome da insensibilità agli androgeni). Nel primo caso, la mutazione in uno degli enzimi deputati alla sintesi degli ormoni steroidei favorisce un aumento della produzione di ormoni androgeni. Nelle femmine la diagnosi può essere fatta precocemente per la presenza di ambiguità genitali (ipertrofia del clitoride) o al momento della pubertà in assenza della prima mestruazione. Nei maschi invece si manifesta attraverso un processo puberale molto precoce (tra i 2 e i 4 anni). Altri segni possono essere la bassa statura, l’acne grave, l’ipertricosi, l’infertilità.
  2. Sindrome di Morris. Queste persone possiedono un corredo cromosomico XY (quindi un genotipo maschile) ma sviluppano caratteristiche sessuali femminili (quindi un fenotipo femminile).

Identità di genere

Questo concetto si colloca su un livello molto differente rispetto a quello del sesso biologico. La più evidente di queste differenze consta nel fatto che, mentre il sesso biologico è determinato dalla natura ed è in qualche modo oggettivo, il genere e la costruzione di una relativa identità sono concetti determinati da variabili psicologiche e culturali.

Per “genere sessuale” si intende l’aderenza e la vicinanza di un individuo alla definizione che culturalmente viene data di maschio o femmina. L’esperienza interiore di tale costruzione è definibile come identità di genere. Secondo una celebre definizione della filosofa americana Judith Butler:

Il genere è una copia di cui non esiste l’originale.

Ciascun essere umano, in qualsiasi contesto socio-culturale sia inserito, riceve una serie indicazioni (implicite, esplicite, più o meno rigide) su cosa appartenga al genere maschile e cosa a quello femminile, e vi si relaziona in cerca di somiglianze e differenze con ciò che sente.

Identità transgender

Una menzione specifica va rivolta, nell’ambito dell’identità di genere, alla tematica delle identità transgender o, volendo utilizzare una terminologia psichiatrica, alle condizioni riconducibili alla cosiddetta Disforia di Genere. Sono sempre più note, infatti, quelle situazioni di persone il cui vissuto soggettivo – identità di genere – è differente rispetto al sesso biologico di appartenenza, una differenza che, nella stragrande maggioranza dei casi, è fonte di grandissima sofferenza psicologica.

All’interno di questo quadro bisogna distinguere almeno due categorie:

  1. Chi ritiene che l’alternativa migliore sia sottoporsi a un processo di adeguamento del sesso alla propria identità di genere (transessuali).
  2. Chi pur percependo la discrepanza tra sesso e identità, ritiene che la sfera della sessualità e del genere debbano essere considerate in modo fluido e non dicotomico, e a fronte di ciò decide di sostare in una condizione di non definizione nei termini esclusivi di maschile o femminile (transgender). 

-Leggi anche: Identità di genere. Dalla varianza alla disforia, facciamo chiarezza

Ruolo di genere

Con questo termine si intende l’insieme delle aspettative sociali su ciò che è considerato adeguato e appropriato per uomini e donne. In altre parole, se l’identità di genere è l’esito di un processo di appropriazione soggettiva che ciascuno di noi compie rispetto al proprio essere maschile e femminile, il ruolo di genere è l’insieme di prescrizioni e aspettative che la cultura di riferimento indica o impone su ciò che va bene per i maschi e ciò che va bene per le femmine.

Inutile dire che, a questo proposito, esistono differenti gradi di flessibilità rispetto a questi criteri di adeguatezza a seconda della cultura di riferimento in cui di volta in volta ci troviamo.

Orientamento sessuale

L’orientamento sessuale è l’unica delle quattro componenti costitutive dell’identità sessuale il cui focus non è centrato esclusivamente sul soggetto in prima persona – ovvero su qualcosa che appartiene all’individuo sul piano fisico o di un’appropriazione interiore di codici sociali – bensì sul legame tra il soggetto e gli altri. L’orientamento sessuale, infatti, può essere definito come la direzione stabile e prevalente dell’attrazione affettiva e/o sessuale verso le altre persone. Si definirà eterosessuale chi percepisce tale attrazione verso chi ha un sesso differente dal proprio, omosessuale chi invece sperimenta tale attrazione verso persone dello stesso sesso di appartenenza e, infine, bisessuale chi non distingue una prevalenza dell’una o dell’altra attrazione nella propria esperienza.

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