Alimentazione

Anoressia, bulimia, binge eating: quali cause

I disturbi alimentari sono un fenomeno sempre più diffuso. Da cosa nascono? E perché gli adolescenti sono più vulnerabili?

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Anoressia, bulimia, binge eating: quali cause

I disturbi alimentari quali anoressia, bulimia e binge eating sono un fenomeno piuttosto diffuso, specie tra le giovani adolescenti. Spesso si tratta di meccanismi di difesa: l’assunzione del cibo viene usata per gestire stati d’animo complessi, come il senso di vuoto.  La famiglia, e il comportamento dei genitori, giocano in tutto questo un ruolo fondamentale. Approfondiamo le cause di questi disturbi attraverso le parole di chi li ha vissuti.

Chi colpisce l’anoressia?

In Italia le persone che patiscono disturbi del comportamento alimentare sono circa tre milioni. Fra loro, vi sono 2,3 milioni di adolescenti. Tra i tipici disturbi alimentari di questa fase troviamo l’anoressia, una patologia che colpisce nel 95% dei casi le donne, e si sviluppa più spesso nell’età compresa tra i 15 e i 25 anni.

L’adolescenza è a tutti gli effetti una fase più che delicata, un periodo di transizione e di cambiamento. Le ragazze e i ragazzi attraversano un momento nel quale corpo e mente approdano da una condizione di infanzia a quella di giovane età adulta. La pubertà imprime un cambiamento al corpo e la ricerca di approvazione, nel gruppo dei pari e non solo, porta a sviluppare un’attenzione maniacale al proprio corpo e aspetto fisico.

I problemi con il cibo che emergono in questa transizione possono rappresentare una disperata richiesta d’amore, oltre alla necessità di avere riconoscimento conferme. Durante questo percorso di crescita la famiglia, insieme alle sue regole, risulta fondamentale per affiancare il giovane durante questo percorso di crescita.

L’anoressia, tra controllo del cibo e paura

“Mi peso moltissime volte. Mi sveglio con questo solo pensiero che mi farà compagnia per tutto il giorno e mi condiziona l’umore. È una gara che devo vincere. Non valgo nulla se non in funzione del cibo che mangio. E più lo rifiuto, più forte mi sento.”

È possibile definire l’anoressia come una intensa paura di ingrassare. Il percorso verso l’anoressia si avvia con una dieta troppo rigorosa, passa attraverso il controllo maniacale delle calorie assunte, fino al rifiuto del cibo. Il rischio che si corre è quello di intaccare le funzioni vitali del corpo. E purtroppo l’immagine corporea che restituirà lo specchio non sarà mai corrispondente all’immagine idealizzata.

Disturbi alimentari e comportamento dei genitori

L’anoressia è allora un disperato tentativo di difendersi dalle relazioni che feriscono. Alcuni genitori, per esempio, si prendono cura dei figli in relazione ai propri bisogni, non dei bisogni del bambino (tipico comportamento, questo, dei cosiddetti genitori elicottero).

Può così capitare che per sentirsi amati i figli compiacciano i genitori. Viene quindi persa la spontaneità, e i figli vivono sé stessi come vere e proprie estensioni delle figure genitoriali. Durante la crescita questi bambini incontreranno difficoltà a identificare i propri stati d’animo e faticheranno a diventare autosufficienti.

Cosa si nasconde dietro l’anoressia?

La persona anoressica è un soggetto disperatamente affamato. Ma questa fame non riguarda solo il cibo. La persona anoressica ha fame d’amore, anche se sceglie di occuparsi dell’appetito del corpo: la propria autostima è legata all’essere magra.

L’attività di controllo assedia la mente, condiziona la giornata e le relazioni con gli altri. “Ho fame di tutto. Per questa ragione rifiuto tutto”. Essere autonomi e immuni dal bisogno di amore e dal desiderio, questa l’illusione di chi soffre di anoressia. Le cause principali del disturbo possono essere:

  • la mancata accettazione di sé
  • la difficile gestione delle emozioni
  • il bisogno di essere amati.

Bulimia e binge eating. Mangiare per colmare il vuoto

“È come se il mio corpo fosse un imbuto da riempire. Maggiori sono tristezza e senso di vuoto, più mangio. Ho addirittura chiesto ai miei genitori di togliere dagli scaffali le merendine ma, quando sono sola, trovo sempre del cibo. A volte anche dei surgelati. E mi rimpinzo da star male. Quando capisco di avere oltrepassato il limite mi faccio schifo, e mi sento in colpa”.

La bulimia è un disturbo da alimentazione incontrollata e si caratterizza per abbuffate seguìte da condotte di compensazione: abuso di lassativi, vomito autoindotto, eccessivo esercizio fisico. La persona bulimica, per contenere senso di colpa e paura di ingrassare, espelle infatti il cibo ingerito da poco.

Nel Binge Eating Disorder, invece, la perdita di controllo nell’alimentazione si verifica in più episodi. Ma non vengono attuate azioni di compensazione, portando il soggetto all’obesità. In entrambi i disturbi il ricorso al cibo colma un vuoto emotivo, mentre il disagio deriva dal senso di colpa dovuto alle abbuffate.

Anoressia e bulimia: quali differenze?

La bulimia è sinonimo di voracità, impulsività e desiderio di assumere grandi quantitativi di cibo. Il cibo è infatti lo strumento che combatte un vuoto incolmabile. Astinenza dal cibo e astinenza dal desiderio coincidono nell’anoressia, nella bulimia invece il cibo ha travolto la persona. Il soggetto non riesce a sottrarsi al proprio comportamento patologico: l’abbuffata allontana le forti emozioni.

Le cause alla base del rapporto altalenante con il cibo sono la depressione, la paura del giudizio e l’insicurezza. Nell’obesità, cui spesso si arriva, il corpo è dimenticato; l’adipe è vissuto come una barriera emotiva che protegge dall’incontro con l’altro. Il cibo quindi sembra l’unico modo per compensare le mancanze tipiche delle relazioni disfunzionali.

Il ruolo della famiglia nei disturbi alimentari

“Odio il momento della cena. Prima regna un silenzio pesante su tutti noi, poi accadono discussioni, rivendicazioni. Per loro non sono mai abbastanza, oppure valgo sempre meno dei miei compagni.”

Durante il percorso terapeutico il supporto dei genitori è cruciale. La difficoltà maggiore, nei disturbi alimentari, è infatti il riconoscimento della patologia da parte del nucleo familiare.

Come ha suggerito il pediatra Giovanni Lodato in un suo contributo sui disturbi alimentari infantili: “Quando i genitori si siedono a tavola portano con sé le loro precedenti esperienze legate all’alimentazione e spesso queste riattivano fantasmi che possono interferire nella relazione”. Rendere i genitori più consapevoli di questi fantasmi li aiuta a comprendere il figlio, così da alleggerire il clima attorno alla tavola.

Gli adolescenti che patiscono disturbi alimentari utilizzano il corpo come strumento con cui raccontare una sofferenza inesprimibile a parole. Altre volte, invece, l’attacco al corpo è l’ultima speranza per essere creduti: rende tangibile ed evidente lo star male.

Come curare i disturbi alimentari?

Riconoscere l’esistenza di un disturbo alimentare è il primo passo verso un approccio corretto. Fondamentale poi sarà una presa in carico che prevede una rete integrata di intervento. Il percorso più adeguato è quello multidisciplinare, un percorso che include medici, psichiatri, nutrizionisti e psicoterapeuti, così da lavorare sul piano emotivo e psicologico, incluso quello nutrizionale.

La guarigione è un percorso lungo, richiede tempo ed energie. Oltre a monitorare il peso corporeo e le abitudini alimentari dell’adolescente, è importante la presa in carico emotiva. Sarà fondamentale il lavoro sull’autostima e sulle vulnerabilità del Sé, per superare angosce e timori legati all’aumento del peso. La psicoterapia è indispensabile per esplorare le cause del disagio interiore e per imparare a gestire i comportamenti disfunzionali.

Cibo ed emozioni, un legame stretto

C’è bisogno di rendere i giovani più consapevoli del forte legame tra emozioni e cibo, creando un ponte fra due dimensioni che vengono messe poco in relazione. Come quest’ultima testimonianza racconta:

“Ora sono più consapevole delle mie emozioni, non mi fanno più paura, so distinguere la rabbia dalla tristezza, riesco a nominarle e non devo ricorrere al cibo e alle abbuffate per comunicare al mondo intero la mia sofferenza. Sto imparando a volermi bene”.

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