Psicoterapia

La psicoterapia è un confronto con i nostri fantasmi

Quando i fantasmi del passato condizionano la nostra vita, la psicoterapia aiuta ad affrontarli

Incontra uno psicologo
La psicoterapia è un confronto con i nostri fantasmi

La psicoterapia è un percorso impegnativo e a volte fare i conti con la propria storia può fare paura. Lavorare su se stessi però è il modo migliore per esorcizzare i propri fantasmi.

Chi non è mai stato in psicoterapia spesso se la immagina come l’incontro tra una persona che si lamenta e una che ascolta in silenzio. Ma una terapia psicologica è molto più di questo. È un dialogo tra due menti, un’esplorazione guidata delle stanze più buie della psiche; stanze di una casa che a volte è infestata da fantasmi.

Che la psicoterapia – e in particolare la psicoanalisi – abbia a che fare con i fantasmi l’ha spiegato in maniera molto lucida lo psicoanalista tedesco-americano Hans Loewald:

Chi conosce i fantasmi dice che essi anelano ad essere liberati dalla loro vita di fantasmi e condotti a riposare come antenati. Come antenati continuano a vivere nella generazione presente, mentre come fantasmi sono costretti a ossessionarla con la loro vita di ombre. […] Alla luce del giorno dell’analisi i fantasmi dell’inconscio ritrovano riposo e sono ricondotti alla pace degli antenati e il loro potere viene trasformato in una rinnovata intensità della vita nel presente. Nel nevrotico, il passato è stato sotterrato impropriamente.”

Vediamo cosa intendeva Loewald di preciso con questa frase e perché si tratta di un’intuizione importante.

Coazione a ripetere: la psiche posseduta

Analizziamo più da vicino la citazione di Loewald. I fantasmi della vita di ognuno anelano ad essere liberati per poter riposare come antenati. Nella vita psichica i fantasmi possono essere rappresentati dalle questioni irrisolte che abbiamo rimosso o che stiamo ignorando e che, finché le rifuggiamo, continueranno a farci soffrire. Freud sosteneva che le nevrosi e le psicopatologie fossero legate alla “coazione a ripetere”, una tendenza involontaria a riprodurre comportamenti, situazioni relazionali e schemi disadattivi.

Ma a cosa è dovuta questa ripetizione della sofferenza?

Ripetiamo pattern disfunzionali di comportamento a causa della rimozione, un meccanismo difensivo che ci protegge dal ricordare aspetti penosi della nostra vita, ma che ci condanna allo stesso tempo a riviverli nel presente senza mai superarli.

Il processo psicoanalitico consiste, secondo Freud, nel passaggio dal ripetere al ricordare, che a sua volta è propedeutico al rielaborare. Per guarire ed essere liberi dai nostri fantasmi dunque dobbiamo riuscire a ricordare ciò che ci ha fatto soffrire, superare la rimozione e rielaborare il passato. Solo così saremo finalmente in grado di rinunciare ai meccanismi auto-distruttivi che limitano la nostra vita.

La letteratura scientifica successiva, anche di stampo cognitivo-comportamentale, ha confermato l’intuizione di Freud: i circuiti cerebrali legati alla paura costringono a ripetere schemi disfunzionali, perché questi, per quanto dolorosi, sono comunque familiari e quindi preferibili all’ignoto.

Tra psicoterapia ed esorcismi

In questo senso la psicoterapia assomiglia anche a un esorcismo. Riprendendo la citazione di Loewald, i fantasmi sono costretti a ossessionare con le loro ombre la generazione presente. È come se reclamassero la nostra attenzione per trovare finalmente una giusta sepoltura. Quante volte abbiamo visto scene simili nei film? Dal Signore degli Anelli alle commedie Netflix, il copione presenta sempre fantasmi bloccati in un limbo, che continuano a dare il tormento ai protagonisti finché questi non li aiutano a risolvere qualche importante, anzi cruciale, questione in sospeso.

Il punto è che i fantasmi ci fanno paura.

-Leggi anche: Harry Potter, un mago della psicoterapia?

E se fossimo noi stessi i fantasmi?

Lo psicoanalista Thomas Ogden sostiene che chi arriva in psicoterapia spesso ha la sensazione – senza avere le parole per dirlo – di essere morto durante l’infanzia o l’adolescenza, o in una fase successiva della vita e spera che il terapeuta lo aiuti a rivendicare la sua vita non vissuta. L’origine della “morte psichica” risiede in eventi terrorizzanti (traumi, lutti, abbandoni, violenze), davanti ai quali la persona si è assentata dalla propria vita, con l’obiettivo di proteggersi da un crollo che avrebbe portato alla psicosi. Per difesa, in altre parole, si genera uno stato psichico che esclude le emozioni intollerabili. Gli eventi non vissuti però restano con noi sotto forma di limitazioni della personalità e della vita quotidiana. In questo senso a volte siamo noi stessi i fantasmi.

La paura del crollo: i sintomi di un trauma rimosso

In uno dei suoi ultimi scritti, lo psicoanalista britannico Donald Winnicott ha parlato dell’angoscia descrivendola come “paura del crollo“. Secondo Winnicott, quando una persona si sente angosciata sta probabilmente entrando in contatto con una serie di agonie primitive tipiche dei primi anni di vita:

  • ritorno a uno stato non integrato del Sé;
  • cadere per sempre;
  • perdita dell’insediamento della mente nel corpo (depersonalizzazione);
  • perdita del senso del reale (derealizzazione);
  • annullamento della capacità di entrare in relazione (stato autistico).

Queste paure si verificano per la prima volta in un periodo in cui l’individuo è in uno stato di dipendenza assoluta dai caregiver, ma questi non rispondono in modo adeguato ai suoi bisogni. Per sopravvivere all’angoscia, il bambino “cortocircuita” l’esperienza del disagio, perché sarebbe per lui intollerabile e probabilmente lo condurrebbe alla follia. L’evento viene quindi sperimentato ma non elaborato. Da grande, l’individuo continuerà ad avere paura di un crollo che è già accaduto ma non è ancora stato sperimentato. Ecco cosa dice Winnicott a riguardo:

Arriva un momento, secondo la mia esperienza, in cui bisogna dire al paziente che il crollo che continua a temere e che gli distrugge la vita è già avvenuto: è un fatto che si è mantenuto nascosto nell’inconscio”.

In altre parole, è successo qualcosa di terrificante a un certo punto della nostra vita, ma in quel momento non potevamo permetterci di elaborare le emozioni associate all’evento. Queste erano troppo intense e ci avrebbero condotto a un crollo. Così, di fronte all’angoscia, ci siamo difesi eliminando la paura dalla consapevolezza, ma questa è rimasta in qualche modo dentro di noi, incisa nel corpo. Da adulti, a livello inconscio continuiamo ad avere paura che queste angosce possano tornare a farci visita e a “presentarci il conto”. È ciò che accade ad esempio negli attacchi di panico, in cui abbiamo paura di impazzire o di morire e a volte non capiamo perché.

Ecco quindi il senso della psicoterapia: i fantasmi tornano per sistemare le questioni irrisolte e avere giusta sepoltura. Solo se li affrontiamo saremo finalmente liberi di vivere la nostra vita.

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