Psicologia

Omofobia, di cosa si tratta?

L'omofobia, una avversione ossessiva per le persone omosessuali, bisessuali e transessuali, quali origini ha? E come si può intervenire con chi subisce le conseguenze di una cultura omofoba?

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Omofobia, di cosa si tratta?

Il termine omofobia indica l’insieme di sentimenti negativi nei confronti dell’omosessualità, delle coppie dello stesso sesso. Questi sentimenti negativi verso le persone e i comportamenti omosessuali possono determinare disagio non solo in chi è omosessuale. Ma in modo più esteso nelle persone LGBT.

Da dove nasce l’omofobia, da quali dinamiche origina e come aiutare chi è vittima della cultura omofoba? La dott.ssa Miriam Baraccani, psicologa del Santagostino, risponde a queste domande.

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Cosa vuol dire omofobia?

il termine “phobia” deriva dal greco “phobos”, che vuol dire timore, e fa riferimento ad una paura persistente verso alcune situazioni, attività, persone. Nel caso specifico, per omofobia si intende un’avversione irrazionale, un insieme di sentimenti, pensieri, comportamenti avversi, nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e della transessualità.

Il termine omofobia non viene usato in senso clinico, non è quindi inserito nelle classificazioni diagnostiche come il DSM o l’ICD. Viene piuttosto inquadrato secondo tre accezioni:

  • una maggiormente discriminatoria: relativa a tutti quei comportamenti agiti sul luogo di lavoro, nelle istituzioni, nel collettivo che vanno a ledere i diritti e la dignità delle persone. Come nel caso di insulti e maltrattamenti
  • una seconda accezione pregiudiziale, che ha a che fare con un giudizio negativo verso gli omosessuali, con convinzioni personali contrarie all’omosessualità. Pensare ad esempio ed essere convinti che l’omosessualità sia contro natura, che gli omosessuali non debbano avere diritti né che possano esprimerli
  • un’ultima accezione psicopatologica, se la paura irrazionale va a compromettere il funzionamento psichico di chi la prova, in questo caso l’omofobia va considerata come appartenente alla categoria diagnostica delle fobie specifiche.

Cosa vuol dire la sigla LGBTQ?

L’acronimo LGBTQ è stato coniato alla fine degli anni ’80. Una volta sciolto, l’acronimo sta per Lesbica, Gay, Bisessuale, Transgender, e indica proprio tutti coloro che sono rappresentati dalla comunità omosessuale.

L’ultima lettera, la lettera Q, fa riferimento a Queer, termine che va a designare tutti coloro che non si identificano esclusivamente con l’essere gay, lesbica, bisessuale, pansessuale o transgender.

Nel corso degli anni, la sigla si è andata ad aggiornare per garantire una maggiore inclusività: attualmente viene infatti utilizzato l’acronimo LGBTQIA+. Nello specifico, la I si riferisce alle persone intersessuali, la A agli asessuali, e infine il + segnala che l’elenco può proseguire con altre espressioni di genere e/o sessualità.

Cosa si intende per omotransfobia?

L’omotransfobia indica un’avversione importante non sono per gli omosessuali, ma anche per i transessuali e la transessualità.

A partire dal 2004, ogni 17 maggio si celebra in 170 Paesi nel mondo la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

Cos’è l’omofobia interiorizzata?

L’omofobia interiorizzata ha a che fare con delle reazioni emotive di sofferenza e rifiuto della propria omosessualità. Rifiuto e sofferenza che possono avvenire per varie motivazioni, per lo più di tipo socioculturale o religiosa.

George Weinberg, psicologo clinico americano di origini ebraiche, e inventore della parola omofobia nel 1969, introdusse il termine self loathing, ovvero rifiuto per sé stessi, per descrivere una situazione di profonda inibizione rispetto alla possibilità di sentirsi liberi di poter vivere il proprio orientamento sessuale in piena consapevolezza. L’omofobia è considerata il problema centrale del processo di formazione nell’identità omosessuale ed è uno dei principali motivi di sviluppo poi, da parte della persona omosessuale, di tutta una serie di sintomi psicopatologici:

Sintomi che riguardano anche la non accettazione della propria omosessualità con relativa angoscia, difficoltà di coming out, pensieri disfunzionali riassumibili con frasi del tipo: “Nessuno mi accetterà mai, sono una persona sbagliata, l’omosessualità è una malattia”. Nei processi terapeutici è fondamentale lavorare su questi aspetti per poter sostenere la persona nella formazione della propria identità sessuale.

Quale origine ha l’omofobia e quanto è diffusa?

La psicoanalisi ha più volte tentato di fornire una spiegazione all’origine dell’omofobia. La maggior parte delle teorie sostiene che l’omofobia sarebbe, in realtà, un’omosessualità censurata, inibita e repressa del quale l’individuo non è consapevole.

Alcuni studi hanno cercato di dimostrare empiricamente queste teorie: nel 1996 Wright, Lohr ed Adams hanno mostrato, ad alcuni soggetti eterosessuali, stimoli visivi di natura omosessuale: la maggiore attivazione a livello fisiologico, nella fattispecie l’erezione del pene, avveniva proprio nei soggetti omofobici. Altri studi statunitensi hanno riscontrato dati analoghi, andando quindi, in un qualche modo, a fornire una risposta misurabile alle teorie psicoanalitiche.

Rispetto alla diffusione dell’omofobia, nel 2020 l’omosessualità era un reato in 67 Paesi del mondo, in 5 dei quali (Iran, Arabia Saudita, Yemen, Nigeria e Somalia) è punita con la pena di morte. In Italia, solo nell’ultimo anno, i dati raccolti dal sito omofobia.org parlano di 148 casi di omofobia denunciati. Aggressioni che avvengono per lo più in strada, nei locali, in famiglia ed al lavoro.

Quali sono i suoi meccanismi di rinforzo?

L’omofobia è spesso rinforzata dal contesto socio-familiare di appartenenza: un ambiente rigido, controllante e giudicante favorirà, nella persona, un profondo conflitto interno tra la propria attrazione verso persone dello stesso sesso e l’ansia di essere attaccati, non accolti, vessati da parte del nucleo di provenienza.

Meccanismi di rinforzo potente sono chiaramente tutti quei bias cognitivi disfunzionali che si costruiscono e si mantengono in alcune strutture sociali rigide, militari o religiose ad esempio, e relazionali. In primis la struttura familiare, che spesso non consente l’espressione dell’unicità del figlio ma chiede, spesso in modo implicito di aderire ad un modello di personalità che, seppur non corrisponda alla reale personalità del figlio, non si può mettere in discussione.

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Come aiutare chi è in un ambiente omofobico?

È fondamentale un supporto psichico non solo individuale ma laddove possibile anche familiare, per poter favorire l’accoglienza di tutti quegli aspetti emotivi e di pensiero che vanno a rappresentare l’identità, l’affettività e l’espressione della sessualità della persona.

Oltre a questo, è importante favorire il contatto anche con associazioni o gruppi di persone che favoriscano il confronto su tematiche e problematiche spesso comuni. Molte associazioni hanno anche delle linee telefoniche di supporto in caso di emergenza e necessità. L’obiettivo è fornire un primo supporto alla persona ed indirizzarla verso la scelta maggiormente autoprotettiva.

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