Parafilie: cosa sono e come trattarle

La parafilia si riferisce a un insieme di comportamenti o fantasie sessuali considerati non convenzionali o al di fuori della norma sociale.

Parafilie: cosa sono e come trattarle

Le parafilie e i disturbi parafilici rappresentano un tema molto discusso all’interno della psicologia e della sessuologia.

Si tratta di un argomento complesso che si occupa delle variazioni e delle deviazioni dai comportamenti sessuali considerati comuni o standard. Più precisamente, con il termine parafilie si indicano preferenze sessuali differenti dalla semplice stimolazione genitale (o i preliminari di tale stimolazione). Queste preferenze inusuali, per lungo tempo, sono state oggetto di studio e discussione all’interno delle scienze psicologiche e mediche.

Le parafilie possono essere di vari tipi e non hanno ancora una causa certa, anche se sono stati individuati alcuni fattori di rischio. Tuttavia, l’evoluzione delle comprensioni e delle rappresentazioni sociali in questo ambito ha generato dibattiti significativi sul ruolo di tali orientamenti sessuali, sulla loro comprensione e trattamento all’interno della psicologia moderna.

Proveremo a capirne di più in questo articolo della psicologa psicoterapeuta e sessuologa del Santagostino, la dottoressa Bianca Rapini.

Cosa si intende per parafilia?

La parafilia è un’intensa e persistente attrazione sessuale rivolta verso oggetti, attività o scenari non convenzionali o devianti rispetto alle norme sociali riguardanti la sessualità.

L’eccitazione sessuale, nell’ambito della parafilia, può essere suscitata da oggetti, situazioni, animali e persone (adulti non consenzienti o bambini). Generalmente, questi pattern di attrazione vengono consolidati alla fine dell’infanzia o all’inizio della pubertà, e tendono a durare per tutta la vita.

È importante notare che la varietà e le fantasie nelle attività sessuali sono molto del tutto normali. Anche se queste hanno un carattere inusuale, se non provocano alcun male, e se sono accettate da entrambi i partner, possono essere una componente che arricchisce e che rende appassionata una relazione.

Tuttavia, quando i comportamenti sessuali interferiscono con il benessere quotidiano o includono attività che possono ledere sé stessi o altri, le parafilie diventano di rilevanza clinica.

Storia e origini del concetto

Nel corso della storia il termine perversione è stato utilizzato con diverse accezioni, adeguandosi alla cultura ed ai principi morali, giuridici e teologici del momento.

Prima del diciannovesimo secolo, la perversione era considerata un’aberrazione, qualcosa di inaccettabile e pertanto veniva condannata. Successivamente, l’attenzione è stata spostata sulle cause all’origine della perversione ed in particolare sul legame tra il desiderio sessuale e l’istinto sessuale (istinto letto in chiave coerente con il periodo storico, dunque istinto di riproduzione).

Le perversioni sono state dunque considerate come malattie funzionali di tale istinto, in altre parole erano lette come una deviazione della pulsione sessuale da ciò che era considerato il suo scopo naturale.

A metà dell’800, il neurologo e psichiatra Richard von Krafft-Ebing per primo distinse il concetto di perversione da connotazioni di immoralità, proponendo una visione secondo cui le perversioni sarebbero differenti modi di vivere la sessualità.

Dopo di lui molti altri studiosi, tra i quali il più celebre è sicuramente Sigmund Freud, affrontarono ed approfondirono il tema delle perversioni. Intorno alla prima metà del ‘900 Alfred Kinsey, biologo e sessuologo, condusse e pubblicò un rivoluzionario studio sui comportamenti sessuali umani (conosciuto come Rapporti Kinsey), in cui dimostrò per la prima volta che la maggior parte delle perversioni non era necessariamente patologica. Attraverso i suoi esperimenti, rese noto che molte di quelle pratiche devianti che venivano denominate perversioni erano abbastanza comuni nella popolazione americana. Aggiunse poi che tali perversioni sono comuni anche nel mondo animale, pertanto non era ragionevole considerarle come comportamenti che violano una norma naturale.

Considerazione delle parafilie nel DSM-5

Nella III versione del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), il termine perversione fu sostituito da quello di parafilia. Quest’ultimo definisce la deviazione (para) come un elemento di attrazione per l’individuo (philia), interpretata dunque in chiave meno moralistica e giudicante. Negli anni, il DSM ha catalogato in modo differente le parafilie, ma un importante e decisivo passaggio risulta quello in cui è stata riconosciuta la presenza di un continuum tra la salute sessuale e la devianza sessuale. L’ultima e più aggiornata versione, quella del DSM-5, non considera più le parafilie come disturbi mentali.

Quali sono le parafilie? Classificazione

Il termine parafilia, come abbiamo detto, indica un qualsiasi interesse sessuale differente da quello per la stimolazione genitale (o preliminari di tale stimolazione) con partner fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti.

Le parafilie sono state classificate suddividendole come parafilie dell’atto e parafilie dell’oggetto.

Le prime si differenziano in:

  • visive (esibizionismo, voyeurismo, sadismo, candaulesimo, ecc), acustiche (pornolalia, sadismo e mixacusi)
  • olfattive (coprolagnia, misofilia, urofilia, ecc)
  • gustatorie (cannibalismo, dermatofagia, picacismo, vampirismo, ecc)
  • tattili (frotteurismo, copro/urolagnia, automasochismo, misofilia, ecc)
  • da incorporazione (clisteromania, iniettomania e impalamento)

Le parafilie dell’oggetto, invece, si distinguono per:

  • età (gerontofilia, pedofilia, ecc)
  • parentela (incesto, narcisismo)
  • specie (dendrofilia, zoofilia, zoonecrofilia, zoostupro)
  • vitalità (iconolognia, necrofilia, necrosadismo, omicidio sessuale)
  • immaginazione (demonofilia, possessione religiosa, spettrofilia)
  • feticismo (che potrebbe includere tutte le precedenti).

È importante sottolineare la presenza di un dibattito in corso, poiché l’attuale classificazione è soggetta a numerose critiche per via, soprattutto, dei risvolti in ambito psichiatrico e forense. Lo studio e la messa in discussione costante, tuttavia, è auspicabile e positiva, poiché ci ha portato dal concetto di aberrazione innaturale all’attuale concezione di parafilia.

Qual è la differenza tra parafilie e disturbo parafilico?

In medicina, la differenza principale tra una parafilia e un disturbo parafilico risiede nella classificazione medica e nella problematicità per il benessere della persona o per gli altri. Più precisamente, la parafilia non rappresenta un disturbo in sé: è semplicemente una variazione sessuale o un’attrazione non convenzionale. Il disturbo parafilico, al contrario, è una parafilia con presenza del distress. Ovvero, è una condizione che causa disagio o compromissione all’individuo. Oppure, ancora, è una parafilia la cui soddisfazione implica un danno personale (o un rischio di danno) per le altre persone, interferendo significativamente con la vita quotidiana o il benessere dell’individuo.

Per riassumere la parafilia non implica necessariamente un disturbo mentale o una fonte di disagio per chi la vive. Al contrario, i comportamenti parafilici causano disagio significativo o pericolo a sé stessi o ad altri. In altre parole, la parafilia diventa perversione quando l’individuo soffre a causa di queste tendenze sessuali o se i comportamenti parafilici ledono il benessere o la sicurezza di altre persone. Il disturbo parafilico è considerato un disturbo psicologico, e può richiedere un trattamento clinico.

Quali sono i principali disturbi parafilici? Una breve lista

I disturbi parafilici sino ad ora individuati sono molti e sono stati classificati differenziandoli in due principali macro gruppi.

Il primo gruppo di disturbi parafilici si basa sulla predilezione per attività inconsuete. Vengono suddivisi in in disturbi del corteggiamento e disturbi algolagnici, ovvero che implicano dolore e sofferenza.

Il secondo gruppo di disturbi parafilici, invece, si caratterizza per l’atipicità dell’oggetto sessuale prediletto. In questo gruppo si distinguono i disturbi in cui l’attenzione è rivolta ad altri esseri umani (per esempio il disturbo pedofilico) dai disturbi in cui l’attenzione è rivolta altrove (per esempio nel disturbo feticistico o nel disturbo da travestitismo).

In questa moltitudine di disturbi parafilici possiamo soffermarci però sui principali, scelti tra i tanti per due discriminanti importanti:

  • sono relativamente comuni nella popolazione, rispetto agli altri disturbi parafilici
  • per poter essere soddisfatti, la persona che ha tali disturbi deve commettere azioni considerate reato.

I principali disturbi parafilici pertanto sono:

  • voyeuristico (eccitazione sessuale derivante dall’atto di spiare altre persone in momenti di intimità, per esempio mentre si spogliano, quando sono nude o durante l’attività sessuale)
  • esibizionistico (eccitazione sessuale derivante dal mostrare i propri genitali ad altre persone, estranee e non consapevoli o non consenzienti)
  • frotteuristico (eccitazione sessuale associata al toccare o strofinare, il proprio corpo o parti di esso, su un’altra persona non consenziente)
  • disturbo da masochismo sessuale (eccitazione sessuale derivante dal farsi infliggere umiliazioni, dolore o sofferenze, fisiche o psicologiche, da altre persone)
  • da sadismo sessuale (eccitazione sessuale legata all’infliggere umiliazioni, dolore o sofferenze, fisiche o psicologiche, ad altre persone)
  • pedofilico (interesse sessuale per i bambini)
  • disturbo feticistico (l’interesse sessuale è rivolto ad oggetti inanimati o è focalizzato selettivamente su parti del corpo non genitali)
  • disturbo da travestitismo (eccitarsi sessualmente attraverso il cross-dressing, ovvero dall’indossare abiti comunemente associati al ruolo di genere opposto al proprio).

Come si manifestano i disturbi parafilici? Sintomi e comorbilità

I disturbi parafilici possono manifestarsi con alcuni sintomi come:

  • fantasie ricorrenti, impulsi o comportamenti che riguardano oggetti inanimati, persone o particolari situazioni o comportamenti. Le fantasia possono riguardare anche sofferenza fisica o psicologica o l’umiliazione di sé o del proprio partner
  • distress o problemi funzionali: le fantasie causano significativo disagio o compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti della vita dell’individuo
  • comportamento compulsivo: la persona può sentire un impellente bisogno di mettere in atto le sue fantasie parafiliche
  • durata: le fantasie devono essere presenti per almeno 6 mesi perché una diagnosi di disturbo parafilico possa essere confermata
  • età: gli impulsi si presentano in individui post-puberi (l’età esatta può variare)
  • consensualità: In molti casi, i disturbi parafilici includono attività che non prevedono il consenso reciproco, come nel caso della pedofilia o dell’esibizionismo.

I disturbi parafilici possono presentarsi in concomitanza o essere a loro volta il sintomo di altri disturbi psicopatologici, come:

Come si sviluppano le parafilie?

È molto difficile condurre ricerche e studi sui comportamenti parafilici per due principali motivi. Sono comportamenti che si manifestano spesso in modo egosintonico, ovvero la persona che li sperimenta li percepisce come piacevoli. Inoltre, sono comportamenti che vengono spesso etichettati come perversi, devianti. Pertanto il soggetto che li sperimenta non solo non è motivato, ma può anche sentirsi a disagio nel parlarne. Può essere spaventato dalle ripercussioni o temerne il giudizio.

La maggior parte delle ricerche sui disturbi parafilici è stata svolta su soggetti in carcere per reati sessuali o su campioni molto limitati. È una considerazione non trascurabile, poiché implica che i dati epidemiologici raccolti non sono del tutto rappresentativi della popolazione.

Nell’indagine dello sviluppo dei disturbi parafilici i risultati mostrano delle differenze che caratterizzano i vari disturbi parafilici. Per esempio, nel caso dell’esibizionismo e del voyeurismo l’esordio è precoce e stimato intorno ai 15-18 anni. Per il disturbo da travestitismo, invece, i dati indicano un esordio nella prima infanzia. In tutti possiamo dire che l’esordio avviene entro la maggiore età. Dall’esordio i disturbi si sviluppano poi ognuno in modo specifico e differente, sia in base al sesso che alla personalità soggettiva.

Quali sono le possibili cause?

Gli studi, anche per le limitazioni derivanti dal campione, non hanno mai individuato delle cause certe alla base dei disturbi parafilici. Inoltre, soprattutto per il campione di riferimento (quindi autori di reati sessuali), la ricerca è spesso di tipo retrospettivo.

È, però, accertata la presenza di fattori di rischio e prognosi, quali:

  • essere stati vittima di abusi sessuali infantili (comune per il disturbo esibizionistico, il disturbo voyeuristico ed il disturbo pedofilico)
  • disturbi da uso di sostanze (comune per il disturbo voyeuristico, il disturbo esibizionistico)
  • ossessione per il sesso/ipersessualità (comune per il disturbo voyeuristico, il disturbo esibizionistico ed il disturbo frotteuristico).

Come si curano le parafilie?

Il trattamento dei disturbi parafilici non è unico e, soprattutto, non si differenzia solo in base ai vari disturbi, ma anche all’individualità dei singoli soggetti.

Sono trattabili attraverso la psicoterapia. Esistono vari approcci validati:

  • terapia cognitivo comportamentale (in particolare tecniche come il condizionamento, la prevenzione della ricaduta, il ricondizionamento orgasmico, ecc)
  • terapia psicodinamica (centrata sui conflitti emotivi profondi, sulle relazioni oggettuali interiorizzate, sul transfert, ecc)
  • talking therapy delle parafilie (che ha come obiettivo il recupero del controllo delle pulsioni, il recupero del principio di piacere e il recupero della dignità sociale).

Non in tutti i casi il trattamento d’elezione è la psicoterapia. Spesso è auspicabile un trattamento congiunto di psicoterapia e approccio farmacologico.

L’intervento medico è infatti differenziato in due categorie: l’approccio farmacologico e la castrazione chimica. In entrambi i casi l’obiettivo medico è la riduzione del rischio di recidiva e, per quanto concerne la castrazione chimica, è principalmente usato con autori di reati sessuali.