Scienza

Effetto placebo, quanto conta il pensiero?

È un fenomeno che conosciamo da sempre, a metà tra medicina e psicologia

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Effetto placebo, quanto conta il pensiero?

L’effetto placebo è un fenomeno conosciuto da sempre. Insegna come chimica e fisiologia non siano gli unici agenti benefici di un farmaco. Componente fondamentale è infatti la predisposizione del paziente nei confronti della cura, oltre che il rapporto di fiducia con il medico.

Che cos’è l’effetto placebo?

L’effetto placebo è la somma di tutti i cambiamenti positivi, fisici e psicologici, che accadono nelle persone grazie alle aspettative di guarigione, consce o inconsce che siano, senza l’assunzione di farmaci.

L’esclusiva convinzione che qualcosa possa aiutare a stare meglio può indurre effetti realmente benefici? Mantenere un atteggiamento positivo influenza concretamente il nostro corpo e il suo benessere? Le ricerche degli ultimi anni sembrano dire di sì.

In alcuni casi, il solo pensiero che qualcosa possa far star bene può innescare un miglioramento delle condizioni dell’organismo. Questo miglioramento dimostra quanto mente e corpo siano collegati negli stati, e nei processi, di salute e malattia.

Effetto placebo tra medicina e psicologia

Se un paziente crede che un trattamento sia efficace, concentrerà l’attenzione su ogni minimo segnale di miglioramento, senza considerare tutti gli elementi che suggerirebbero il contrario. Di conseguenza il paziente percepisce una condizione di miglioramento anche se il trattamento è inutile.

Questi benefici sono spesso dettati anche dall’esperienza. Un farmaco già provato, con buoni risultati, è più efficace di un farmaco nuovo. Così come accade con l’osservazione di terzi: vedere qualcuno raggiungere una condizione di benessere grazie all’assunzione di un farmaco, aiuta a far sviluppare una risposta ancora più efficace del farmaco stesso, una volta che saremo noi ad assumerlo.

Il placebo (verbo latino traducibile in: “Io piacerò”) è il trattamento terapeutico più antico e più efficace in possesso dell’uomo, ma solo ultimamente sono emerse le sue fondamenta neuropsicologiche e i suoi concreti effetti.

Quando è utile questo farmaco inerte?

I placebo, definiti anche farmaci inerti perché privi di principio attivo, forniscono i risultati più sorprendenti nelle condizioni in cui malessere fisico e psicologico sono complementari e in combinazione. Una revisione del 2010, svolta su 202 casi di studio, ha dimostrato come l’effetto placebo sia curativo nel trattare sintomi di asma, dolore, nausea e fobie.

Nella revisione è stata effettuata una comparazione simultanea tra due gruppi: al gruppo sperimentale è stata somministrata una soluzione zuccherina come farmaco placebo, mentre al gruppo di controllo non è stato somministrato alcunché. L’obiettivo era far emergere delle differenze tra le due modalità.

Quando invece è inefficace?

L’effetto placebo ha esiti di gran lunga meno evidenti su insonnia, demenza, depressione, obesità e ipertensione. I placebo, infatti, hanno azione sul modo in cui il paziente sperimenta i sintomi, non sulle cause dei sintomi.

In uno studio del 2011 alcuni pazienti asmatici sono stati divisi in quattro gruppi. Al primo è stato fatto assumere un farmaco broncodilatatore, al secondo un inalatore ad acqua (un placebo), il terzo è stato sottoposto a trattamenti di agopuntura (trattamenti interrotti prima di pungere la pelle con l’ago) mentre il quarto non ha sperimentato alcuna cura.

Un’analisi dei sintomi percepiti e dei sintomi reali ha evidenziato come i pazienti del broncodilatatore, del placebo e della finta agopuntura abbiano tutti ottenuto gli stessi risultati: più della metà dei pazienti riportava benefici. In sostanza, il placebo interviene sui sintomi veicolati dalla mente e, in questo caso, anche sul dolore.

È possibile indurre l’effetto placebo?

Non si sa ancora se l’effetto placebo può essere indotto, ma è noto come possa produrre effetti benefici anche quando il paziente sa di non assumere un farmaco. Alcune ricerche effettuate su pazienti consapevoli di assumere un trattamento non vero, ha prodotto risultati validi nei casi di rinite allergica, mal di schiena, colon irritabile, depressione e disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Gli studi clinici condotti al riguardo sono ancora pochi. Si tratta di studi difficilmente conciliabili con il principio del doppio cieco secondo cui tutti i partecipanti della ricerca, inclusi volontari e sperimentatori, non sanno chi stia assumendo cosa.

Suggestione o riflesso pavloviano

Anche il solo affermare: “Non contiene alcun principio attivo. Ma in alcuni casi sono stati osservati dei miglioramenti” può generare un livello di suggestione che induce modificazioni fisiologiche. Un esempio tra tutti, la produzione di endorfine antidolorifiche.

Anche il riflesso condizionato, studiato dal fisiologo russo Ivan Pavlov nei primi del 1900, potrebbe spiegare questi risultati. Il semplice gesto di ingoiare una pillola, comunque priva di qualsiasi principio attivo, produce nel paziente una associazione tra cura e processo di guarigione.

Effetto placebo e relazione medico-paziente

Solitamente l’effetto placebo ha luogo quando sono create le condizioni ideali affinché la persona creda nel proprio processo di guarigione o trasformazione. Nel contesto terapeutico, la relazione medico-paziente e la fiducia sono elementi fondamentali di questa credenza: inducono il paziente a pensare che la terapia cui si sta affidando funzionerà.

Le parole e il modo di esprimersi del medico, la sua comunicazione non verbale e le aspettative positive, possono produrre nel paziente un potente effetto placebo. A parità di trattamento, il risultato migliore si riscontra quando il medico adotta una comunicazione empatica. Una comunicazione fondata su fiducia, speranza e positività nella buona riuscita del trattamento.

Effetto nocebo, cos’è?

Lo spiegare senza fretta, il parlare in modo chiaro e il servirsi dell’empatia sono strumenti comunicativi che determinano i benefici dell’effetto placebo. Ma è purtroppo vero anche il contrario: la suggestione del medico può produrre, a volte, anche effetti negativi sul paziente. In questo caso si produce il cosiddetto effetto nocebo.

La comunicazione di una diagnosi grave può influenzare negativamente il paziente, sortendo su di lui ripercussioni svantaggiose a livello psicologico. Effetti nocebo si verificano anche nelle sperimentazioni cliniche. Sono i casi in cui i partecipanti, a cui viene somministrato il placebo, mostrano gli stessi effetti collaterali che si sarebbero verificati con l’assunzione del farmaco vero e proprio.

Perché accade l’effetto nocebo?

L’effetto nocebo accade quando la comunicazione dello specialista si concentra sulle possibili controindicazioni più che sui benefici di un farmaco. L’effetto terapeutico di un qualsiasi medicinale, anche il più valido, è ascrivibile solo in parte alla sua azione chimica.

Una componente altrettanto significativa è proprio quella data dall’effetto placebo. Nell’uso clinico l’effetto di un farmaco, per esempio un analgesico, dipende sia dal farmaco e dal dosaggio, sia dalle aspettative dei medici, dei pazienti, dalle loro indicazioni e dagli avvertimenti verbali e non verbali.

Una sfida, nuova e antica

L’effetto placebo, e il suo studio, ci insegnano qualcosa che le culture antiche hanno sempre saputo. Le emozioni, i sentimenti, le aspettative e le credenze di un individuo condizionano in modo diretto i processi biologici. Per conseguenza, anche i processi curativi.

L’obiettivo della medicina moderna dovrà, dunque, essere quello di estendere lo sguardo verso l’uomo in senso olistico, ovvero nella direzione della sua interezza. Nel contesto di un processo terapeutico incentrato sulla relazione.

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