Psichiatria

L’identificazione proiettiva

Nell’identificazione proiettiva, nel primo periodo di vita, la persona ha modo di iniziare a vivere in una comunicazione, anche se non verbale. In età adulta l’identificazione proiettiva può diventare un meccanismo di difesa. Anche disfunzionale o patologico.

L’identificazione proiettiva

L’identificazione proiettiva fa sì che proprie emozioni, desideri o problematiche siano attribuite ad altri.

Questa dinamica viene tuttavia attuata, in modo sano e funzionale, nel rapporto tra neonato e madre, e contribuisce all’instaurazione di una prima tipologia di comunicazione non verbale. Nell’adulto, invece, è un chiaro meccanismo di difesa, che viene attuato quando aspetti di sé vengono misconosciuti e rigettati.

Quando si manifesta in modo violento e onnipresente, rischia di assumere contorni patologici, e richiede un opportuno approfondimento diagnostico e intervento terapeutico.

Cosa si intende per identificazione proiettiva?

L’identificazione proiettiva è un termine utilizzato nella psicologia per descrivere un processo attraverso il quale una persona proietta le proprie emozioni, aspettative, desideri o caratteristiche su un’altra persona o oggetto esterno.

Questa proiezione avviene inconsciamente, e la persona che la riceve ne può essere influenzata, a volte fino al punto da identificarsi con le caratteristiche o gli stati emotivi che le sono stati proiettati.

Aldilà della sua definizione, l’identificazione proiettiva può essere considerata un meccanismo difensivo, in quanto consente alle persone di evitare di riconoscere e affrontare aspetti scomodi di sé stessi. Può anche essere un modo per far fronte all’ansia o alle tensioni emotive attraverso la proiezione di queste sulla persona o sull’oggetto esterno.

Cosa si intende per processo di identificazione?

Il processo di identificazione, in psicologia, indica il meccanismo mediante il quale un individuo forma la propria personalità assimilando uno o più tratti di un altro e modellandosi su di lui. Può comportare processi sia consapevoli che inconsci.

L’identificazione può verificarsi in diversi contesti, come nelle relazioni interpersonali, in cui gli individui possono identificarsi e adottare le caratteristiche o i comportamenti dei loro partner o amici. Può anche accadere in gruppi sociali o comunità, quando gli individui possono identificarsi e interiorizzare valori, norme o credenze condivise.

Nella prospettiva psicoanalitica, l’identificazione viene vista come un complesso meccanismo psicologico che coinvolge processi sia consapevoli che inconsci di incorporare aspetti di un’altra persona nel proprio sé. Questo processo può avvenire attraverso l’identificazione con modelli di ruolo, come i genitori o le figure di autorità, o attraverso l’identificazione con immagini o fantasie idealizzate. L’identificazione può svolgere diverse funzioni psicologiche, tra cui la formazione di una sensazione di sé e la regolazione dell’autostima.

Chi ha introdotto il concetto di identificazione proiettiva?

Già nel 1921 Sigmund Freud, nel suo Psicologia delle masse e analisi dell’io, scriveva che “l’identificazione è la più primitiva e originaria tra le forme di legame emotivo”. Questa identificazione primaria avviene per mezzo della acquisizione di quelle che sono le caratteristiche dell’oggetto investito d’amore, grazie ad un vero e proprio processo di introiezione da parte del neonato. Freud, in questo senso, considera gli istinti cannibalici del neonato il modello di questa identificazione.

La psicoanalista Melanie Klein ha scritto sulla nozione di identificazione proiettiva nel suo lavoro Note sul meccanismo schizoide. In questo testo, pubblicato nel 1946, Klein ha introdotto il termine identificazione proiettiva per descrivere un meccanismo di difesa caratteristico della posizione schizoide-paranoide. Ha spiegato quindi che l’identificazione proiettiva comporta il processo inconscio di proiettare aspetti di sé stessi su un’altra persona o oggetto, con l’obiettivo di mantenere il controllo o l’influenza su quella persona o oggetto.

Klein ha suggerito che durante l’identificazione proiettiva, gli individui potrebbero separare parti di sé stessi e proiettarle su un oggetto animato come mezzo per controllarlo. Questo meccanismo, come già indicato, consente alle persone di negare aspetti scomodi o conflittuali di sé e attribuirli ad altri.

Quanti sono i meccanismi di difesa?

La psicoanalisi ha comunque identificato diversi meccanismi di difesa che possono essere utilizzati dall’individuo per proteggersi da ansie, paure o conflitti. Sono comunemente riconosciuti sei meccanismi di difesa principali:

  • negazione, che comporta il rifiuto di accettare una verità dolorosa o un aspetto scomodo della realtà
  • proiezione, che consiste nel rifiutare gli aspetti indesiderati di sé stessi e attribuirli ad altri.
  • spostamento, che implica l’espressione di emozioni intense su oggetti o persone che non sono la causa originale delle emozioni stesse
  • formazione reattiva, che comporta la reazione esagerata contro un’emozione indesiderata mediante la sovracompensazione
  • sublimazione, che consiste nella trasformazione di impulsi negativi in comportamenti socialmente accettabili
  • razionalizzazione, che comporta la giustificazione di un comportamento o di una scelta per renderlo accettabile o appropriato.

Dall’identificazione proiettiva alla condizione patologica

Quando un meccanismo proiettivo viene utilizzato in modo eccessivo, è possibile che l’individuo veda manifestarsi angosce paranoidi, entrando quindi in una condizione patologica. Questo avviene perché gli oggetti su cui sono state proiettate le parti cattive del proprio sé iniziano ad essere visti come veri e propri persecutori.

La persona inizia ad avvertire un indebolimento del sé e a esperire un senso di svuotamento. Non è da escludere la possibilità che insorgano stati di depersonalizzazione, come conseguenza della perdita, da parte del soggetto, delle parti di sé in prima istanza scisse, e quindi proiettate. Melanie Klein descrive questo meccanismo in un articolo intitolato Sulla identificazione, pubblicato nel 1955.

Wilfred Bion, psicanalista britannico, introduce due forme di identificazione proiettiva: normale e patologica, e le sviluppa nei suoi studi tra il 1959 e il 1962. In condizioni di normalità, l’identificazione proiettiva può essere una forma di comunicazione non verbale particolarmente utile, specie nel rapporto tra bambino e madre. La madre riceve in sé le esperienze sensoriali, emotive, le problematiche fisiche da parte del neonato; per poi restituirli con un arricchimento di senso.

Si dà invece una identificazione proiettiva patologica, per Bion, quando avviene con un forte grado di violenza e assume i contorni dell’onnipotenza. Specifiche, queste, osservate da Bion nei trasfer attuati da pazienti schizofrenici.

Alcuni esempi di identificazione proiettiva

L’identificazione proiettiva può manifestarsi in diverse circostanze affettive, di lavoro e di amicizia. Ad esempio, può accadere che un individuo proietti i propri desideri, paure o aspetti negativi su un partner, attribuendoli a lui e creando tensioni nella relazione. Questo può portare a un senso di incomprensione reciproca e a un deterioramento della comunicazione e nel legame emotivo.

Nel contesto lavorativo, l’identificazione proiettiva può avvenire quando un collega o un superiore attribuisce le proprie responsabilità o i propri errori a un altro, cercando di scaricare su di lui eventuali sentimenti di colpa o fallimento. Ciò può generare conflitti e tensioni nel team e danneggiare il clima nel posto di lavoro.

Anche nelle amicizie l’identificazione proiettiva può essere presente. Un amico potrebbe proiettare le sue insicurezze o fragilità su un altro amico, aspettandosi che sia lui a risolvere i suoi problemi o a fornirgli supporto emotivo. Questo può mettere a dura prova l’amicizia e creare un disequilibrio nella relazione.

E in un contesto terapeutico? Una situazione piuttosto verosimile vede un giovane paziente, ad esempio borderline, che in terapia afferma che dovrebbero essere i genitori ad andare dallo psicologo, e non lui, che ritiene di essere stato costretto a farlo senza alcuna ragione valida.